L’impossibile oltre il visibile

Forse Piero Manzoni aveva compreso, attraverso l’agire artistico, quanto fosse davvero impossibile fermare il tempo. Per questo aveva generato opere che oggi sono apparentabili e catalogabili come idee e non come ‘oggetti’: opere che quando si materializzano in tele rivelano essere fatte di materiali a-pittorici, e quando sono ‘oggetti’, o meglio sculture, diventano rappresentazioni di un’Idea, di un segno distintivo e caratteristico del suo modo di pensare e concepire l’Arte e il mondo. Con Manzoni l’opera in sé non ha bisogno di tradursi nella realtà in una ‘cosa’ per esistere, ma esiste in quanto tale e diventa una ‘zona’, o meglio, uno spazio mentale (e pittorico) chiamato a vincere il suo deperimento, il suo allontanamento dalla materia di cui è composta, e per combattere il suo farsi nulla.
Le opere di Manzoni sono dunque un campo aperto che rimanda inevitabilmente ad una libera dimensione tutt’ora da scoprire; e invitano a viaggiare nel tempo. Questo viaggiare, il fuggire in un altrove che si materializza solo attraverso la creazione dell’artista-demiurgo ha rapito la mia fantasia. Difatti l’assenza che traspare dalle mie opere nasce dalla rottura delle forme evocata da Manzoni, che ricercava un punto di non ritorno del Quadro e che nel suo vanishing point lo materializzava, quasi il gesso e il caolino dei suoi Achrome fossero sgorgati dalla purezza della luce.

Piero Manzoni credo fosse prigioniero del limite postogli dall’esistenza, e come un carcerato in fuga dalla sua prigione ha lasciato traccia di sé non soltanto attraverso gli Achrome, ma soprattutto con le sue Impronte; con le Linee occultate e rinchiuse in cilindri neri come l’inchiostro usato per tracciarle; con le Sculture viventi, persone da lui firmate e fermate hic et nunc. Tracce della sua presenza sono la Merda d’artista che accerta la fisicità costretta dalla materia a resistere, a vincere quellla Natura che lui stesso aveva riconosciuto vincente, ribaltando solo in apparenza la Base del (suo e del nostro) Mondo.
I suoi ‘segni’, le sue opere immortali riverberano nelle mie creazioni, che non osano confrontarsi con i ‘gesti’ del demiurgo Manzoni ma inseguono, attraverso la materia grezza e la sua superficie estetica, la purezza dell’opera d’arte intesa come spazio mentale e creativo. Le mie opere, anche trascendendo la loro fisicità, sono dei backscreen, dei fondali sui cui ricostruire un altrove che non c’è; dei luoghi immaginarii e irreali che diventano ‘schermi’ o forse delle pareti ‘metafisiche’; dei muri che imprigionano, ma anche delle finestre aperte verso il vuoto, verso il nulla. In questo agire non esistono più lo Spazio, la Materia, la Presenza (dell’oggetto) e l’Essere (in sé e per sé): rimangono a volte soltanto le tracce -immateriali e intangibili- di un ‘passaggio’ repentino ed improvviso, quasi lo spettatore stesso dovesse uscire dall’opera non solo per guardarla dal di fuori ma soprattutto per viverla. Le mie creazioni, solo in apparenza più idee che ‘cose’, infatti suggeriscono una via, un viaggio in uno stato alternativo dell’essere. Come le visioni di uno sciamano invitano alla fuga, ad assentarsi dal mondo per restituire al nostro sguardo, congestionato da una marea irrefrenabile di lacerti di immagini, una dimensione misteriosa che non c’è: l’impossibile oltre il visibile.

Guido Andrea Pautasso
 
 
 
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Piero Manzoni
Merda d'artista n°68, 1961
Guido Andrea Pautasso
Achrome assoluto, 2008
Guido Andrea Pautasso
PALLAPRIGIONIERA, 2005
Guido Andrea Pautasso
Libera dimensione, 2008